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LETTERA AI COLOSSESI
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Paolo e la comunità di Colosse Prima di iniziare la lettura della lettera cerchiamo di conoscere questa comunità alla quale Paolo era sconosciuto di persona, come del resto lo era anche ai cristiani della comunità di Roma… Ricordiamo qui la lettera ai Romani solo perché questa lettera e quella ai Colossesi, sono le due che Paolo indirizza a comunità cristiane che non lo conoscono di persona, e tuttavia sono due capolavori di Paolo: a) quella ai Romani, la più conosciuta, è un capolavoro per l’universalità della sua visione teologica del mondo e dell’umanità tutta “perduta” e quindi tutta da salvare, e tutta salvata da Gesù Cristo; b) quella ai Colossesi perché punta l’obiettivo sulla figura e la persona di Cristo, che qui Paolo ci presenta in maniera unica e grandiosa, soprattutto nel celebre “inno cristologico” (Col 1,12-20), un testo ben conosciuto perché lo si recita abitualmente al vespro del mercoledì. Dicevamo che Paolo non evangelizzò di persona Colosse; egli però si sentiva responsabile anche di quella comunità, perché era stata fondata da suoi discepoli che lo tenevano al corrente di quanto vi accadeva, come ricorda egli stesso all’inizio della lettera: “essendo stati informati della vostra fede…, della vostra carità…” (1,4-5). Colosse era una cittadina situata a circa 120 km ad est di Efeso, città portuale della costa sudovest della Turchia. Non lontano da Colosse vi erano altre due città, Laodicea e Gerapoli, conosciute nel Nuovo Testamento perché anche in esse si erano formate delle comunità cristiane. Nella lettera ai Colossesi Paolo raccomanda di far leggere questa sua lettera anche ai fratelli delle altre comunità e di leggere quella che aveva inviato ad esse (4,13-16). Purtroppo non conosciamo alcuna lettera inviata alle comunità di Laodicea e Gerapoli; probabilmente è andata perduta, forse perché era abbastanza simile a quella inviata ai Colossesi per cui non aveva particolare interesse ed è stata… dimenticata in qualche cassetto, diremmo noi, e più nessuno vi ha fatto attenzione. Qualche studioso pensa che questa lettera potrebbe essere quella inviata agli Efesini, data la mancanza della parola “ad Efeso” in alcuni antichi e importanti |
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manoscritti e data una certa somiglianza di contenuto tra le due lettere; ma è solo un’ipotesi che lasciamo, come altre, agli studiosi. Ricordiamo che la chiesa di Laodicea è una delle sette chiese alle quali l’autore dell’Apocalisse manda un messaggio (cfr. Ap 3,14-22) verso la fine del I secolo, alcuni decenni dopo questa lettera di Paolo. Epafra… fedele ministro di Cristo in vece nostra (1,7) Il fondatore della comunità cristiana di Colosse era un discepolo di Paolo, uno della sua équipe apostolica, un certo Epafra (cfr. 1,7) originario di Colosse, come lo era anche Filemone al quale Paolo mandò una letterina di soli 25 versetti, ma che è molto importante e anche un po’ spiritosa. La leggeremo dopo Colossesi e così completeremo la lettura delle quattro lettere dette “della prigionia” (Filippesi, Filemone, Colossesi ed Efesini), perché scritte da Paolo nei periodi trascorsi in prigione, a Efeso o a Roma, come risulta da queste stesse lettere. Ambedue, Epafra e Filemone, hanno conosciuto probabilmente Paolo a Efeso nel tempo in cui vi annunciava il vangelo e fondava la comunità (tra il 54 e il 57). Probabilmente Epafra è stato il fondatore anche delle comunità cristiane di Laodicea e Gerapoli, dato che Paolo testimonia come egli si preoccupasse anche di queste comunità (4,13). Paolo, come dicevamo, si sentiva responsabile dell’attività di evangelizzazione dei suoi collaboratori. Egli sapeva che non avrebbe potuto fare tutto ciò che ha fatto nella sua missione apostolica, senza di loro, ma si sentiva anche responsabile della loro attività, perché sapeva quanto essi si fidavano e si affidavano a lui, muovendosi su suo ordine e tornando a rendergli conto del loro apostolato. Per questo, Paolo apprezza tutti i collaboratori che Dio gli ha fatto incontrare e chiama Epafra “nostro diletto compagno di servizio e fedele ministro di Cristo in vece nostra” (1,7). La fondazione della comunità di Colosse e delle altre due è avvenuta certamente durante il periodo trascorso da Paolo a Efeso, capitale della provincia romana dell’Asia, alla quale appartenevano anche le città di cui stiamo parlando. Saputo che Paolo era stato arrestato e condotto a Roma, dove con tutta probabilità dovrà fermarsi circa due anni (60-62) in attesa di processo, le comunità inviarono il loro fondatore, Epafra, a trovare l’apostolo, per il quale evidentemente avevano una grande stima e un affetto profondo. Dalla lettera sappiamo che a Roma con Paolo, oltre a Epafra, c’erano anche un certo Tichico e Onesimo, lo schiavo fuggito dal suo padrone Filemone e che Paolo gli aveva rimandato, dopo averlo convertito. Mentre Epafra rimarrà a Roma con Paolo prigioniero, Tichico e Onesimo torneranno a Colosse con la lettera alla comunità, informandola sulla situazione di Paolo (cfr. Col 4,7-9). Egli era cittadino romano e per chi godeva del diritto di cittadinanza romana e si appellava al tribunale imperiale per cause giudiziarie, era stabilito un tempo di due anni – per i contendenti che risiedevano fuori d’Italia – entro i quali costoro dovevano presentarsi per il processo. Se le parti non si presentavano entro il tempo fissato, la causa veniva annullata. Paolo, arrivato a Roma in catene, aveva potuto prendere alloggio sotto la “custodia militaris” (una specie di domicilio coatto), dove poteva ricevere chiunque voleva avvicinarlo (cfr. Atti, 28,30-31). Nella lettera Paolo non mostra particolari timori, probabilmente perché pensa che nessuno sarebbe venuto da Gerusalemme a presentare delle accuse contro di lui. La lettera alla comunità di Colosse La lettera ai Colossesi è un po’ parallela a quella agli Efesini che abbiamo letto già qualche anno fa, prima delle due ai Corinzi (ma è sempre da rileggere e da meditare!). In questa lettera ai Colossesi ritornano immagini e concetti su Cristo e la Chiesa che in quella agli Efesini appaiono più sviluppati; tuttavia anche in questa ai Colossesi vi sono testi “abbaglianti” tipicamente paolini che non si leggono altrove nelle lettere paoline, almeno in questa forma, per cui anche qui siamo a contatto con la grande anima di Paolo che fa una catechesi ricca e solida a cristiani che non ha evangelizzato direttamente (cfr. 2,1). Questa lettera è importante, anzitutto per il modo con cui ci propone la figura di Gesù, ma anche perché ci informa del sorgere di idee errate e strane che cominciavano a circolare su Gesù Cristo, con la prima reazione di Paolo. Sappiamo che idee strane ed errate (eretiche) su Gesù ne sono sorte quasi in ogni secolo, sia contro la sua umanità come contro la sua divinità, sia per quanto riguarda la sua nascita come riguardo alla sua morte e alla sua risurrezione. E anche il nostro tempo non fa eccezione. Di idee su Gesù Cristo, strane e lontane da ogni insegnamento e documento della Chiesa, abbiamo sentito parlare, e forse leggere (e anche vedere in qualche film) anche in questi ultimi anni. Non è certo il caso di perdere tempo e soldi per leggere libri che danno credito ai cosiddetti “ vangeli apocrifi” e cercano di screditare i Vangeli e gli altri scritti del NT, che provengono dagli apostoli, i testimoni oculari di Gesù o che raccolgono la loro predicazione, per cui sono stati accolti e approvati dalle primitive comunità cristiane. Avviciniamoci ora a questa lettera di Paolo. Egli non conosce direttamente i cristiani di Colosse e quindi la sua lettera non mostra quella passione di cui era impregnata la 2a lettera ai Corinzi. Paolo, apostolo di Gesù Cristo… ai santi di Colosse (1,1-2) Così Paolo si presenta alla comunità di Colosse, della quale si sente responsabile, anche se i cristiani di Colosse non hanno ancora veduto il suo volto. L’indirizzo e il saluto sono quasi identici a quelli che leggiamo nella lettera agli Efesini: Paolo si presenta come apostolo di Gesù per volere di Dio. Solo lui è apostolo, cioè inviato, mandato da Gesù; i suoi collaboratori li manda lui direttamente, anche se compiono un’opera di Dio, una missione apostolica; però nessuno ha veduto il Cristo risorto come Paolo, né è stato direttamente da lui “inviato”. Naturalmente ciò non significa che la loro – come quella di tutti i missionari che seguiranno lungo i secoli – non sia opera di evangelizzazione e che non obbedisca al comando di Gesù: “Andate nel mondo intero, ammaestrate tutte le genti, battezzandole… insegnando loro…” (Mt 28,19-20). Ma la qualifica di “apostolo” con cui Paolo si presenta in molte sue lettere e che difende con forza in quella ai Galati (cc.1-2) implica per lui, come per ogni apostolo inviato da Gesù, la responsabilità alla parola di Gesù e per i collaboratori la responsabilità e la dipendenza dall’apostolo per quanto riguarda la dottrina. Nell’indirizzo Paolo aggiunge al suo nome anche quello di Timoteo, il più caro e fidato dei suoi collaboratori e lo qualifica come fratello, non come apostolo. È quindi la fedeltà alla sorgente che Paolo afferma, riservando a sé e agli altri inviati espressamente da Gesù la qualifica di “apostoli”. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) La lettera ai Colossesi è abbastanza breve: in questo mese mi propongo di leggerla con calma. 2) Mi sento partecipe della missione di Paolo e degli apostoli inviati da Gesù, nell’apostolato che posso svolgere (a partire da quello della preghiera e della sofferenza)? 3) Rinnovo ogni giorno, e anche più volte al giorno, il pensiero di essere una realtà “santa”, interamente proprietà di Dio e di Gesù, anche per la mia consacrazione particolare? Mi dona gioia e serenità interiore questo pensiero? D. Antonio Girlanda ssp |